Quest’anno anche io, come centinaia di altri climbers, ho partecipato al Melloblocco. Ci siamo trovati tutti in Val Masino, dove per quattro giorni abbiamo scalato, camminato, ballato, bevuto, mangiato e riso insieme. Formato ricordi, trascorsi di vita difficili da dimenticare. Ecco qua alcune cartoline dal Melloblocco.

Che male che fa il granito, consuma tutti i polpastrelli. Ma che bello sapere che mettendo il piede lì – sì, proprio in quella minuscola tacca, anche un po’ a spalmo – beh, che di lì non si scolla.
Nonostante le dita brucino, nonostante non riusciamo più a tenere in mano una tazza di tè, continuiamo a scalare. E se sanguinano, un po’ di tape e via, ad afferrare l’ennesima tacca, a caricare ancora un tallone, a scaricare (forse) l’ultimo blocco.
Il caffè offerto da uno sconosciuto ha un sapore ancora più buono. Soprattutto dopo la prima notte in tenda, quando si dorme poco. Chiacchierando sotto un boulder, imprecando contro un piede unto e contro chi ha le braccia più lunghe di noi. Dopo l’ultimo sorso, via a provare di nuovo, a cadere ancora una volta sui materassi, o – forse – a chiudere una nuova linea.


Si sa che in campeggio il cibo si deve arraccattare, che quello che si ha si ha, e che spesso somiglia a poltiglia… Ma quanto è buono comunque, mangiato insieme ad amici friulani e piemontesi, attorno ad due tavolini e sotto ad un gazebo, seduti su seggiole e crash pad. A mangiare salsiccia in umido con ragù di capriolo, accompagnata da chili di polenta istantanea – neanche fossimo in un ristorante a tre stelle Michelin.
Una macchina stracolma, perché se fa freddo abbiamo i calzini ma portiamo anche il costume che mettono 30 gradi. Un viaggio di andata pieno di aspettative ed energie, uno di ritorno con il cuore pieno di emozioni e di malinconia (e gli occhi molto assonnati). I crash che occupano il posto di due persone, e la terza dietro che non può guardare fuori dal finestrino destro. E tante, tante canzoni, cantate a squarciagola con lo stereo della radio che pompa a palla.


E ancora, una magnifica valle, che somiglia ad un quadro di Cézanne, con le striature visibili nel granito delle montagne. Ettore, che ancora non si trova, nonostante in centinaia urlino il suo nome non appena cala il sole. Le serate di musica in paese, dove si balla, canta e si poga, cercando ancora feste alle due di notte perché siamo ancora carichi, alimentati da qualche bicchierino di amaro.
La nostra società capitalista continua a farci battagliare per sopravviverci, per pagare le bollette, fare la spesa, comprare ancora un’altra cosa… Perché, quando quello di cui abbiamo bisogno è in realtà poco e molto semplice?
Quando si vive in un campeggio, in compagnia di umani e tra dei giganti di granito, circondati da boschi e torrenti – quando tutti gli extra vengono tolti, si capisce veramente di quanto poco serva per essere felici.
Quanto si può essere felici, coi polpastrelli bucati ma continuando a scalare.
